Cogito cartesiano

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“ Parlando del Cogito cartesiano:
pensiamo perché esistiamo
od esistiamo perché pensiamo? ”

con il dott. Umberto Riva

DOMENICA 4 AGOSTO 2013 – ORE 16:00
presso il Circolo Culturale “P. L. Ighina”
Ingresso gratuito



PARLANDO DEL COGITO CARTESIANO

Pensiamo perché esistiamo od esistiamo perché pensiamo?

Cosa si può dedurre dal “Cogito ergo sum” di Cartesio?
Il Cogito ergo sum suscitò e suscita interesse tra dotti e meno dotti, tra intellettuali di vari spessori. La geniale espressione cartesiana che per secoli si ebbe gloria e tranquillità, veniva scossa, particolarmente all’inizio del 900. Ciò che di questa espressione attraeva e coinvolgeva i sapienti era la prima parola il primo verbo del dire cartesiano.
Cogito.

Per quei dotti, e per quegli intellettuali il cogito si presta a varie interpretazioni, meglio si presta ad una domanda che dà la stura a varie interpretazioni (è inesatto usare il termine interpretazioni ma non ne trovo una migliore).
Ecco cosa quei sapienti si andavano chiedendo: cogito, cosa – oppure: cogito a cosa.

Perché dopo alcuni secoli (Cartesio è nato nel 1.596 e morì 54 anni dopo), questo dubbio, se di dubbio si tratta?

È giusto porsi una si fatta domanda?

A che fine ed in funzione di cosa?

Cogito ovvero “Penso”, come è interpretabile ovvero come è diversamente interpretabile?
Vogliamo. Per iniziare il nostro dire, considerare interessante questo chiedere e chiedersi di quei dotti e facciamone quindi una valida scusa per un piacevole nostro ragionare.
Cogito.

Generalizziamo meglio fluidifichiamo il “penso” in “pensare”, non perché questo cambi il contenuto dell’argomento, ma perché risulterà più semplice il parlarne.

Ho diviso il pensare in:

  • pensare al pensare;
  • pensare a qualcosa;

ovvero:

  • il pensare quale soggetto;
  • il pensare quale oggetto.

Partiamo dal “pensare quale oggetto frutto di un soggetto”, ovvero: noi formuliamo un pensiero “dedicato” a qualcosa a qualcuno, un pensiero come tanti che si affastellano nella mente, come dire un pensiero rivolto a qualcosa, a qualsiasi cosa purché sia qualcosa. Ecco il pensiero dedicato, quel pensiero che si oggettivizza in quel qualcosa,
(pensiamo ad esempio al conto della spesa che diviene sempre più pesante, o alle ultime ipotesi sul galattico buco nero), quel qulcosa che dà inizio e fine ad un nostro pensare.
Da questo punto di vista giuste sono le perplessità di quei dotti pensatori quando si pongono la domanda “cogito a cosa”? Ovvero al conto della spesa od al buco nero.
Nel pensiero filosofico descartiano la oggettivazione di un soggetto è fondamentale, in ogni contesto materiale ed anche spirituale. L’oggettivazione del soggetto, secondo la visione filosofica cartesiana, dà il via ad una molteplicità di risultati qualora si consideri il soggetto ispirato da un pensiero, o meglio il pensiero quale creatore del soggetto.

Considerando la cosa sotto questo punto di vista, restrittive risulteranno le perplessità di quei dotti pensatori, qundo si pongono la semplice domanda “cogito a cosa”, mentre ci si dovrebbero porre, data la molteplicità degli oggetti, la domanda in termini diversi, ossia “cogito a quali cose”?.

Sua prope, antropologicamente l’uomo oggettivizza tutto. Sia quando parla, oppure quando ascolta, costruendo mentalmente un’immagine qualcosa di visibile ed anche se non ci riesce, tenta di farlo. La nostra costruzione mentale è strettamente legata al nostro esistere temporale, ovvero alla materialità della nostra esistenza. È per noi arduo, strenuamente difficile non legare un pensiero ad una immagine e difficile ci risulta immaginare che altri facciano diversamente. Come quando qualcuno chiede “a cosa stai pensando?” e qualora tu debba una risposta, sei costretto ad oggettivizzare il tuo pensiero, oppure dovrai dire “a niente” suscitando dubbi e perplessità.

A questo punto si potrebbe credere alla impossibilità di fare un pensiero per il semplice piacere di pensare, lasciare libera la mente di vagare alla ricerca del niente semplicemente per la gioia di vagare (ed è bellissimo). Ma, per fotuna, non è così.
È un percorso psichico, è come allontanarsi dal tempo, smaterializzandoci.
Ordunque, avviciniamoci al cogito ergo sum attraverso quella che amo chiamare – la sua forma essenziale “pensare per il pensare” libera libertà da ogni legame temporale.
Io penso perchè so pensare
Io esisto perchè ho la capacità di pensare.

Il cogito cartesiano di certo, potrebbe essere interpretato diversamente ma solo se ne sminuissimo il valore. Descartes non ha specificato, almeno non ho trovato testi in tal senso, quale fosse il suo intendimento nell’usare quella espressione, infatti, sono certo mai avrebbe ipotizzato che qualcuno farfugliasse inutili congetture circa il suo dire, Descartes non era un banale.

Ciò dicendo, si potrebbe considerare chiuso l’argomento. Ma, e questo per me è importante, vorrei un po’ di spazio per disquisire sul cogito, su quel cogito che pone il pensare sopra ogni altra cosa, con l’intendimento di restare nel mondo del pensiero puro (non è espressione kantiana). Ovvero del pensare per il pensare, quale impegno mentale vivente al di sopra delle cose.

Quindi, alla domanda: “stai pensando, ma a cosa stai pensando?”
la prima risposta sarà: “è obbligatorio pensare a qualcosa?”.

Non è un libero pensiero bensì un pensiero libero, un pensiero che trova in se stesso la ragione di esistere.
La dimostrazione della umana esistenza, quell’esistenza che allontana l’uomo dalla bestia, e lo pone al vertice nel regno animale, è la capacità in primis di pensare e di formulare un pensiero. Pensare, il substrato su cui si appoggia la mente per costruire, poi quel soggetto che è un pensiero in attesa di essere materializzato sotto una qualsiasi forma, una forma quale espressione vocale o scritta, una forma materiale di un’opera utilizzabile. Ma questa è umana superiorità?

È proprio il pensare la fondamentale necessità per fornire idee e creatività. Idee e creatività espresse dai pensieri.

Credere nella occasionalità delle cose è credere nelle circostanze, credere nelle combinazioni della nostra e della altrui vita. Queste occasionalità, frutto spesso della fortuna, sono fini a se stesse, quindi mai genereranno percorsi autoreferenziali perché senza soggetto.
Nella vita negare il valore del soggetto come pensiero come viatico, è dover cedere al pensiero ed al volere altrui senza deviazioni, atti di fede a cui rimettersi tramite un’inappellabile credo (è drogarsi dell’altrui credo). Si potrebbe anche opinare che il pensare, a quel punto, ovvero del pensare per il pensare, potrebbe configurarsi in una esibizionistica perdita di tempo, così come il concretizzare senza il supporto di un pensiero sia vagare sperando in una meta tutt’altro che probabile il più delle volte impossibile. La concretizzazione del pensiero è l’individuazione di una meta che è risultato di un pensiero, direi meglio, quella serie di mete frutto dello stesso pensiero fra cui potremo convenientemente scegliere (ad ogni soggetto possono corrispondere enne oggetti, dalla filosofia di Cartesio).

Il mio desiderio, se non proprio lo scopo, è inquadrare il cogito descartiano nei termini di una logica fine a se stessa, pur conoscendo la incompletezza di tale espressione (è il principio della incompletezza). Infatti non obbligatoriamente il frutto del pensiero ha una oggettivazione materiale, o di un qualcosa di materiale.

La logica è già un risultato di pensiero anche se non la si può definire un oggetto. È la differenza tra vedere una strada e percorrerla. È già logica, è un qualcosa di simile alla materializzazione, ma di certo più umanizzante.

Nell’autorelazionarsi dei pensieri ci si dovrebbe porre sempre una domanda, “dov’è il primo pensiero, quello che ha scatenato la sequenza logica dei pensieri? come posso accedere al pensiero generante?”. Percorrendo la strada dell’autorezionalità a ritroso, pensando a ritroso, si dovrebbe, teoricamente, rinvenire l’origine, ovvero trovare il pensiero, che potremmo chiamare, natio/generatore/primario, ovvero il generativo. Ho provato, e ripetutamente, ma mai l’ho trovato, non solo, sono altresì incappato in un niente di fatto al limite della delusione, quando stimavo di aver trovato d’essere al liberatorio grido “eureka” e mi dicevo eccoti qua, si presentava mi si parava davanti un qualcosa d’altro con tutti i crismi del prima del prima del precedente e della precedenza. Perché?

Tuffarsi nei meandri della mente e di tutti i suoi prodotti è entrare in un mondo senza pareti, senza confini, ove all’oltre si presenta un oltre più oltre, un ante prima di un ante, ove non si riesce a trovare il primo.

A dire il vero non è sconfortante non è del tutto sconfortante infatti ti si presenta il bello, un bello esaltante, il piacere di non fermarsi, mai.

È approdare al misticismo? Sì, direi di sì. Quel misticismo su misura del pensiero cartesiano, il misticismo come fattore finale del pensiero della spiritualità dell’etica. Quel misticismo che si oppone al pensiero gesuita di Ignazio da Lojola ove il misticismo è il punto di partenza in quanto imposto dall’atto di fede, dal credo religioso.

Qui si capisce l’importanza del cogito fine a se stesso, del pensare senza meta, del pensare indipendentemente dall’acquisire al di fuori ed al di sopra del pensiero stesso.

Il cercare ed il trovare, uscire dal pensare per entrare nel creare, nel formulare pensieri costruttivi, fare poesia ed arte pittorica, costruire cose utili ed inutili, essere scienziati.
Fare musica, frutto dell’anima un frutto vivente assai prima del pensiero è, bellissimo, è lontano dal pensiero quando nel pensiero trova il piacere di esistere.

È filosofia?

Filosofare. Lo strumento per incedere nel mondo del cogito più o meno cartesiano, ove ognuno di noi potrebbe farsi chiamare Cartesio, oppure ove ognuno di noi potrebbe negare Cartesio, è quel mondo pensante, è la “filosofia”.

È filosofia? Se di filosofia si tratta, se della filosofia si ha bisogno, qual’è il compito della filosofia, quale uso ne possiamo fare?

Cos’è e perché la filosofia?

Potremmo anzi possiamo, a titolo conoscitivo, lasciare, ignorare il valore etimologico della parola filosofia, considerandone per il solo pacere, il valore storico. In un testo scolastico stampato al tempo in cui la filosofia era insegnata seriamente ed intensamente, parliamo del 1911, possiamo, nella introduzione, leggere: Narra Cicerone nelle Disputazioni Tusculane, che, avendo Leone re di Filunte chiesto a Pitagora di Samo, che aveva allora stabilito a Crotone la scuola filosofica, “qua maxima arte confideret” in quale scienza fosse più valente, questi rispose: “arte quidem se scire nullam, sed esse philosophum”. Di qui il nome di “philosophia” sostituito a quello più antico e presuntuoso di “sapienza”. Aggiungendoci alla domanda di re Leone sul compito della filosofia quale presupposto, si avrà un percorso intellettuale fondamentalmente utopistico, da tradurre con un insieme (concertizzazione) di concetti e di pensieri in quel mondo che riteniamo reale. Il valore epistemologico di questa realtà (la compenetrazione filosofica) potrebbe rappresentare l’inizio di quella traduzione dal virtuale al reale altamente e profondamente ragionato quanto fortemente costruttivo.

È filosofia? Chiedendo quali siano i valori ed i compiti della filosofia potremo spostare l’attenzione al “quando”, ovvero quando dovremo entrare e come nel regno della filosofia?
Di recente, per ragioni ambientali, si è rivivificata l’attenzione verso il mondo umanistico, ritenendo che gli studi scientifici e tecnici senza l’appoggio di una adeguata cultura umanistica, risulterebbero mancanti di un supporto mentale insostituibile quindi indispensabile. Il meglio del sapere scientifico italiano è frutto della riforma Gentile (i nostri scienziati e letterati con i numerosi premi Nobel ne sono testimonianza, premi di valore altamente superiore essendoci stati attribuiti nonostante fossimo italiani). L’umanistica è maturazione mentale.

Nel percorso della maturazione mentale si deve aggiungere la capacità di pensare e tradurre i vari pensieri in ragionamenti compiuti. Qui trova ampia collocazione la filosofia, meglio il valore metodico tipico della filosofia. – Potrei aggiungere, così tra parentesi, che a qualunque indirizzo universitario ci si voglia dedicare, si dovrebbe accoppiare la facoltà di filosofia allo scopo di sviluppare quella indispensabile metodologia di pensiero per un sistematico uso del pensiero -.

La necessità di sottrarsi di sfuggire al nichilismo imperante, dovrebbe essere già da sola, una ragione per dedicarsi al pensiero autonomo.

Il cogito nell’ambito dell’accezione “soggetto” , entra nel contesto della filosofia così come la filosofia trova nel cogito una ragione d’essere.

La diatriba tra i saggi, se di diatriba si vuol parlare, con quanto fin qui esposto si potrebbe definire risolta, se non affossata.

Ma in me e con me, rimane uno spazio da colmare.

Nel considerare il detto cartesiano, ovvero il cogito ergo sum è mio desiderio andare, o tentare di andare, oltre il cogito che tanto ha e ci ha appassionato.
Questa descartiana espressione contiene anche un altro termine verbale, ossia il sum.

Come dire: sono:
dedicandoci a
–il perchè sono
–il perchè esisto
essere od esserci.

Ritorniamo dal buon Renè. “Penso quindi sono” oppure “penso quindi esisto”, ovvero “esisto perchè so pensare”.

Il percorso ontologico religioso da Anselmo d’Aosta attraverso i maggiori filosofi del primo e del secondo millennio fino ai moderni matematici, in primis Goedel, si è svolto, coinvolgendo Dio, la crezione, l’etica e la morale e certe funzioni assiomatiche, tra “Essere ed Esistere”.
Anch’io ho voluto disgiungere i termini quando esprimendo un mio pensiero sul “Cosa vuol dire nascere”, mi sono soffermato sulla umanità chiamandola “Esistenza” o se vogliamo “Esserci” e chiamando il prima ed il dopo la vita “Essere”. Un piccolo certamente insignificante contributo alla ontologia non legata alla religione od a dottrine,
dell’essere.

Qui, però, stiamo parlando del cogito ergo sum ove i due verbi assumono un valore fondamentale, anche se lontano da quel certo percorso ontologico.

Non so se Cartesio quando mise nero su bianco e scrisse questo famoso detto, abbia pensato alla interpretazione che poi si sarebbe dato a questo suo scrivere. Probabilmente, forse, quasi certamente, no! Cartesio voleva, ne sono sicuro dire “l’uomo esiste perché è un essere pensate, gli altri animali vivono senza esistere, volendo con questo attribuire alla “esistenza” un valore non fisico ma mentale” un percorso metafisico.

Poi c’è colui che sa, che poco o niente sa dire di proprio, allora si arrampica sull’altrui scienza tentando di ribaltarla, nel più dei casi con caotici grovigli mentali pieni di tante belle parole e privi di alcun contenuto.

Non voglio essere da meno di quegli intellettuali di cui all’inizio si parlava, e presuntuosamente intraprendere una nuova via con uno spirito ed una ragione, una volontà quasi pionieristica.

Non pensiamo al pensiero visto nel mondo cartesiano, consideriamo il pensiero per il pensiero perchè a me e spero a noi, piace adoriamo pensare. Ci possiamo immergere, anche annegare se vogliamo, proseguendo in una disquisizione informale su quel secondo verbo quel sum, analizzandolo, rivoltandolo, forzandolo, distorcendolo con l’attribuirgli significati i più propri e nel contempo, i più impropri.

Facciamo i matti. Di quei matti che sfidano la pazzia mettondola all’angolo. Svolazziamo attorno al niente od al quasi niente, solo per un divertimento mentale. Non crediate, meglio non temiate di rimanere, alla fine, con un bel niente, no! Troverete un arricchimento per la vostra mente che si chiama “Capacità di pensare”. Alla fine, quando meno ve l’aspettate, la mente, la mente di ognuno, imprimerà anche alla vostra materialità, una nota musicale talmente sopra il rigo da non starci nella pagina; inesistente? no, invisibile? si.

Cogito ergo sum:

  • con un cogito soggetto;
  • con un sum dell’essere.

Immaginiamo un pensiero vivo solo in noi, un sogno irrealizzabile anche teoricamente irrealizzabile, uno stacco mentale surreale. Prendiamo questo pensiero e facciamone ragione di una irrealtà per un “essere” che mai potrà esserci. È cullare una fantasia impossibilitata ad uscire dall’io anzi che mai dovrà uscire dall’io essendo inasportabile data la sua inesistenza anche nella utopia. Smaterializziamo il nostro pensare trattenendolo nella inesistenza (come voler spostare qualcosa che non c’è). Chiedete un esempio? Spero di no, anzi certamente no, che se così fosse sarebbe, come dire che niente avete capito di ciò che ho detto. Vorrei che ognuno a letto, o sotto un albero di fichi, o con i piedi a mollo nel fosso dalle acque gelide, continuasse a guardare, guardare senza vedere, quindi girasse l’attenzione verso il suo intimo e si dicesse: vaga tra i meandri della conoscenza e della saggezza, della sapienza e dell’intelligenza, e cerca, cerca quello che vi è nascosto e fanne un bel film.

Cogito ergo sum:

  • con un cogito oggetto;
  • con un sum dell’essereci.

È più semplice? certo! Ma direi più difficile. Difficile per uno scontro con la realtà. Uno scontro con dati di fatto, realtà più o meno accettabili, prevaricazioni, assiomi e dogmi, storie e tradizioni con tutto ciò che ha sempre condizionato la nostra vita, col mondo reale più o meno accettabile. Un interiore desiderio di trovarci liberi da tutto quello che opprime il nostro libero pensare.

Ma non ci arrendiamo.

Possiamo formulare un percorso anche utopico, ma non per l’impossibilità teorica della realizzazione, ma per quei valori ambientali solitamente nemici del buon senso, (quel buon senso che l’amico Cartesio definisce la massima tra le virtù).
Banalmente pensiamo alla soluzione di un problema sociale ipotizzando un percorso risolutivo. Pensiamo all’uguaglianza come ad un bene comune quando l’uguaglianza non esiste, perché non può esistere.

Banalmente pensiamo al mangiare per chi di mangiare ne ha ben poco (con niente sarebbero già morti) e nel nostro immaginifico vediamo persone satolle, quindi rese indipendenti e nella possibilità di proseguire autonomamente magari dedicandosi all’agricoltura e procurarsi il futuro cibo (ricordarsi niente fame! allora niente assistenza, niente onlus, niente ladrocini, niente multinazionali….).

Banalmente pensiamo al pensiero ove tutti possano esporlo e tutti li ascoltino e ne condividono. Ove tutti pensano in quanto lasciati liberi di pensare senza vincoli. Ove gli schiavi, non quelli con le catene che, fortunati loro, sanno di essere schiavi, ma quelli tenuti al di fuori dall’intellettualità, abbiano a gettare le catene facendone un rogo ad onore di quel pensiero frutto della stessa libertà.

Banalmente pensare alla nostra esistenza frutto di scelte ritenute nostre, ma al contrario impostaci da coloro che hanno deciso del sistema col sistema. Pensare e magari attraverso il pensiero capire, capire alla nostra incapacità di esistere, avvalendoci di nostre scelte in funzione delle nostre virtù. Pensare per capire, capire che l’unica libertà di cui godiamo è quella di non essere liberi.

Cogito ergo sum:

  • con un cogito del soggetto;
  • con un sum dell’esserci.

La creatività. La necessità di studiare di esaminare di pensare e di dedurre al fine di configurare qualcosa oltre l’esistente. L’uomo scienziato, l’uomo artista, l’uomo oltre la quotidianità. Ciò che la mente elabora, percorsi ipotetici, neuroni in guerra per la conquisa di spazi nel pensiero. Disegni, colori, righe e punti, quadrati e volumi con un obbiettivo, trasformare quei soggetti in oggetti. Sogni nati e vivi per un tempo più o meno lungo finché trasformandosi nell’esserci, svaniscono. Sogni solo sogni irrimediabilmente sogni, senza possibilità realizzativa che rimangono sogni ma vivi in quanto non trovano spazio nell’esserci, amabili, potendoli però considerare i più belli essendo sogni vivi e che vivi rimarranno per sempre.

La capacità di collegare il pensiero con l’esistenza, il bello con l’esistenza.
Il desiderio, l’ansia del bello alla conquista del Dio che è in noi. Ed alla fine poter dire “penso dunque esisto”.