Cosa vuol dire nascere

Bambino-nascere

“ Ripercorrendo le orme
degli antichi greci ”

con il dott. Umberto Riva

DOMENICA 2 GIUGNO 2013 – ore 15:00
presso il Castello di Lispida – ingr. gratuito


È stata una bellissima giornata per coloro che il 2 giugno si sono voluti riunire con il Circolo Culturale “P. L. Ighina” per parlare di filosofia all’aria aperta – alla moda dei greci – nella bellissima cornice del castello di Lispida. Tra erba fresca e cespugli pungenti, sotto ombrose frasche, il dott. Umberto Riva ci ha proposto un tema stuzzicante per le nostre chiacchierate:

“ COSA VUOL DIRE NASCERE ”

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Prima di iniziare una nota. Qui si parla di nascere, sarebbe più appropriato dire “Prima dell’essere concepiti”. L’esistenza umana inizia con il concepimento. È per comodità ed anche per ragioni estetiche che userò indifferentemente le due allocuzioni evidenziando che il nostro parlare si riferisce al nostro essere prima di essere concepiti. L’atto del concepimento dà il via alla nostra esistenza, quindi al nostro tempo ed è di questo nostro tempo, che chiamiamo vivere, che NON voglio parlare.

Da quando ebbe la ragione l’uomo parlò di se stesso.

Il vivere ed il morire occupò spazi nella mente e nelle parole di filosofi, guru, maestri di dottrine, religiosi e preti, da Budda a Socrate Platone Aristotele, Agostino e Tommaso d’Acquino, se ne occuparono Nietzsche, Kafka, Camus tramite la filosofia dell’assurdo, e poi Heidegger e Schopenhauer, fino ai nostri moderni san raffaelliani (od ex) quali Mancuso Severino De Monticelli.

Con questi dottori del sapere si è parlato del vivere, del morire, della dignità teologica nel morire.

Del nascere di ciò che potremmo essere prima di iniziare il percorso vitale, quel percorso che si realizza nel tempo, nessuno ha parlato. Perchè?

Perchè parlarne sembra improprio. Di fatto è cosa ardua e sostenere che l’argomento sia difficile sarebbe riduttivo, quando è più appropriato affermare che l’argomento è impossibile.

La mente umana nel suo pensare si appoggia, si rifà inesorabilmente all’aisthetikè ovvero ad un passaggio attraverso ciò che c’è di più umano, i sensi ovvero giusto all’aisthetikè. Quando l’uomo pensa lo fa perché è vivo, perché è nato, perché esiste, perché usa i sensi, perché vive, pensa ed opera nel tempo, quel tempo che materializza il nostro esistere. Dobbiamo considerare che tutto ciò che si svolge attraverso un inizio ed una fine, anche un semplice ricordo, è materia, materia generata dal tempo.

Parlare del nascere è parlare del prima di essere nati ove quegli strumenti che si abbinano al pensare ancora non esistono. È voler parlare della umana situazione dell’essere senza esistere.

– (se volessimo potremmo aggiungere anche il post mortem ove quegli strumenti sono scomparsi in quanto si genererà una identica situazione).

Come si può parlare di ciò di cui non si può parlare?

Alla fine di queste parole di queste mie parole, niente ne verrà alla vostra conoscenza. Potrete tranquillamente ritornare a quanto dicono maestri, dottrinali, filosofi etici, religiosi e preti, potrete acquietarvi nella vita che vi siete scelta o che avete accettata tra cose intelligenti, meno intelligenti e spesso stupide.

C’è una cosa però che alla fine di questo dire vorrei, intensamente vorrei, vi trovaste in tasca.

La consapevolezza di quella parte di divino che è in voi. Consapevolezza che genera in voi un desiderio che va oltre l’umano, il desiderio metaumano di parlare con voi stessi compenetrandovi nel divino, in quel divino che è in voi, che non potrà mai uscire da voi, che nessuna dottrina nessuna religione potrà intaccare e scalzare, perchè voi siete, voi interamente voi. Sarà una sospensione nel tempo ove potrete trovare l’unica ragione per cui valesse la pena di essere nati.

++++++

Budda soleva affermare che “la maggior disgrazia per un uomo è l’essere nato”.

Nella filosofia dell’assurdo possiamo leggere: l’assurdo è nascere, poi la filosofia continua ritenendo sia assurdo vivere ed il massimo dell’assurdo il morire.

Se vogliamo disquisire su “Cosa vuol dire nascere”, dovremo lasciare Budda alla sua affermazione mentre sfioreremo la filosofia dell’assurdo. Dovremo predisporre la mente per non confondere questi tre punti focalizzanti:

  • Il dover nascere
  • il nascere
  • l’essere nati.

Ripescando, per chiarezza, l’affermazione di Budda dobbiamo considerare che l’uomo è tale solo dopo la nascita.

Ma!

C’è una domanda che, per proseguire nel nostro dire, dobbiamo porci: “se con la nascita diveniamo umani, cos’eravamo prima del concepimento?”

parafrasando il nostro signor Budda, possiamo tranquillamente affermare che è il dover nascere la massima disgrazia e l’essere nati ne è solo la disgraziata consguenza.

Saltando a piè pari la vita, ovvero quel periodo che ci porta dalla nascita alla morte, sorge un unico dilemma

Cosa eravamo e cosa saremo”.

Forse nulla prima di nascere, forse lo stesso nulla che è del prima dell’essere concepiti anche dopo la vita.

  • Il nostro spirito viveva prima della nascita?
  • Il nostro spirito vivrà dopo la morte?

L’uomo, l’umano purtroppo esamina percorsi extracorporei attraverso congegni che sono legati all’esistenza corporea, e, per quanto si ingegni, rimane vincolato a questi percorsi, od almeno, sempre appiccicato al suo esistere abbandonando istintivamente ed inesorabilmente il suo essere.

Rachel Bespaloff analizzando Heidegger riporta e scrive:

comprendiamo che l’Essere è inafferrabile, perchè nel cuore dell’Esistenza c’è una mancanza, una lacuna, una nullità originaria. L’Esistenza è stata gettata nell’Essere, non per una scelta: le è stato trasmesso, consegnato. “In quanto siamo, l’Esserci è stato gettato, cioè non è stato portato nel suo esistere (Ci) da se stesso”. Alla sua origine c’è quest’”onta”, (Zoroastro ed i semiti “Esso non è mai esistente davanti al proprio fondamento, ma sempre solo dal proprio fondamento giusto perché è il proprio fondamento. L’Esistenza prende su di se il fardello dell’essere; esistendo, essa è il proprio fondamento, che essa tuttavia non ha posto. Questa fenditura attraverso la quale s’introduce il nulla, non la si può colmare: è l’essere gettato nell’esserci.

Noi siamo bravi, e di fronte alle evoluzioni linguistiche del Signor Heidegger certamente apprezzabili sopratutto perché interpretabili data la difficoltà di capirle, andremo oltre il dire heideggeriano. Andremo oltre perché vorremo che la nostra esistenza non venga penalizzata dal nostro essere, né che il nostro essere come valore metaumano venga disumanizzato dalla nostra esistenza. È col nostro metaumano che dobbiamo misurarci fino al punto da dirci e magari convincerci che quel metaumano quella nostra psiche quella nostra anima è sempre esistita e sempre esisterà (ante et post quam).

Ante et post. Cerchiamo di vedere la cosa, ovvero questo essere ed esistere in maniera più vicina a noi. L’ontologia, l’ontologia etica da Anselmo d’Aosta ai moderni matematici (in primis Goedel) hanno scritto ed elucubrato sull’essere e sull’esistere, arrivando alla fine ad un nulla di fatto, anzi complicando pensieri e ragionamenti.

Noi che siamo semplici nel pensare e nell’esprimere consideriamo o meglio ci configuriamo questo disquisire in maniera diversa.

  • prima della nascita noi fisicamente non esistevamo, possiamo però presumere un nostro ESSERE
  • poi siamo venuti al mondo, per cui al di là di ogni dubbio, fisicamente siamo esistiti quindi il nostro ESISTERE
  • alla fine siamo morti e con la nostra morte la cessazione fisica, ovvero la sparizione materiale e temporale; possiamo così presumere nuovamente un nostro ESSERE

Cosa significherebbe ciò. Abbiamo un periodo che si svolge nel Tempo che è la vita, la nostra esistenza. Al di fuori di questo periodo temporale c’è la non esistenza quindi la presunzione di essere, lo stesso Essere sia prima che dopo il periodo dell’Esserci.

È così? Se così fosse cosa potremo dire di questo essere al di fuori del tempo? Ricordiamoci che (qui insorge la impossibilità dell’argomento) ogni nostro pensiero, ogni nostra ipotesi, ogni nostra opinione è un fattore temporale quindi materiale, teoricamente improponibile per noi ed a noi che esistiamo. Però…………

Cosa io ipotizzo? Prima eravamo Dio, poi, alla morte, siamo tornati ad essere Dio? (Dio inteso come esistenza al di fuori del materiale). Se così fosse, dove sarebbe finito Dio durante la vita, meglio ancora, c’è una fusione tra l’Essere e l’Esserci (qui spunterebbe Heidegger)?. A questo punto bisognerebbe entrare in quel mio libro “Alla scoperta di Dio” ove sostengo che Dio siamo noi perché noi con Dio conviviamo.

Onde evitare fraintendimenti, sia chiaro che non si deve né si dovrà con ciò pensare alla reincarnazione, non stiamo infatti parlando della umana materialità, ovvero della auspicata reincarnazione, per chi, ovviamente, nella reincarnazione vede la continuità di una vita a cui non voglia rinunciare.

Ricordiamoci del nostro tema cosa vuol dire nascere.

Prima parte

Nessuno, è inconfutabile, ha chiesto di nascere (se volete, nessuno si ricorda di averlo chiesto).

C’è chi sarà ben contento di essere nato, chi considera la vita un dono, chi della vita se ne frega e, magari, se ne frega anche di quella altrui, chi vorrebbe rinunciare alla vita e chi ha il coraggio di farlo.

Si nasce ed ogni setta, ogni religione, ogni movimento, ha in proposito delle idee e molto spesso degli interessi propri. C’è chi crede alla reincarnazione senza chiedersi come possa esistere questa catena, senza chiedersi se prima non ci sia stata un’altra reincarnazione fino al capostipite alla prima incarnazione ovvero a quello che non può essere un reincarnato del nulla, riproponendo a questo punto l’iniziale domanda sul “cosa vuol dire nascere”.

C’è chi crede nel creativismo in quell’atto dell’Ente supremo che ha deciso di popolare l’altra sua creazione, il mondo.

C’è chi coll’evoluzionismo pensa di aver spiegato tutto, senza approfondire il fatto che l’evoluzione implica l’esistenza di qualcosa, non importa cosa, ma certamente qualcosa.

Per me sta bene tutto, dico che tutto è accettabile dal momento che esistiamo. Ovvero accettiamo il fatto che il genere umano esista, che il mondo esista. Prendiamo atto che prima di noi altri abitarono il pianeta, altri nacquero, vissero, morirono e dopo di noi ce ne saranno ancora.

Ma! Ma! Ma! Noi che siamo qui, che viviamo in questo e di questo mondo, noi contingenti, per scelta di chi esistiamo?

Biologicamente è tutto chiaro.

Se però lasciamo la biologia ed i bei giochi più o meno notturni, si deve rifare la domanda:

– per scelta di chi esistiamo?

Non certamente nostra dal momento che prima, non esistevamo e chi non c’è non può parlare, non può pensare, quindi non può scegliere.

  • Perché sono nato.
  • Perché gli uomini sono nati.
  • Perché è nato il mondo.
  • Perché è nato l’universo.
  • L’esistenza, perché l’esistenza.

Si potrebbe dedurre e concludere dicendo: che importanza ha il sapere dal momento che volenti o nolenti esistiamo. Il creativismo, quell’attribuire alla fede ogni merito, pensando sia un merito, oppure al creativismo come atto della cattiva strega che ci ha relegati in una prigione che si chiama vita (c’è una preghiera che parla di una “valle di lacrime” di “un esilio”).

Queste sono favole per chi ama le favole, pensieri strani per chi non ha niente di meglio a cui pensare.

Rimettiamoci dentro l’evoluzionismo, ed anche la reincarnazione con tutte le considerazioni già fatte, ma dove pensiamo di andare? C’è sempre un muro invalicabile, il muro dei “perché”.

Importante assai più importante, ritornando a ciò che noi vorremmo esplicare partendo da “cosa vuol dire nascere” non è l’esistere, l’esistenza come atto dinamico del nascere. Importante è l’esistere quale uno “status quo” di cui dobbiamo solo prendere atto ma che qualcuno o qualcosa deve o dovrebbe giustificare.

Quando dall’incoscienza del vivere senza saper di vivere, quando ci si è resi conto che facciamo parte di questo mondo, quando, abbandonati i panni ed i pannolini dell’infante abbiamo constatato che non eravamo più padroni dei nostri pianti, dei nostri capricci, dei nostri desideri e che leggi piccole e sempre meno piccole ci hanno costretti su una strada non certamente da noi tracciata, ci siamo accorti di vivere una vita non per nostra scelta, ci siamo accorti di vivere senza mai aver chiesto la vita. Ci siamo trovati di fronte ad un’unica scelta.

Essere liberi nella scelta di non essere liberi.

È possibile, mi chiedo, che l’uomo abbia potuto scegliere la nascita qualora avesse conosciuto ciò che questa avrebbe comportato? Forse qualcuno, uno di quelli che dicono “della mia vita non cambierei una virgola”. Si, può darsi, anche se nell’escursio di vita, qualora anticipatamente la si vedesse come in un cinema, potrebbe presentarsi una ragione che gli farebbe cambiare idea. “C’è sempre qualcosa da cambiare” e nel dubbio……

Di certo una minoranza, una enorme minoranza di soddisfatti non genera un sistema coinvolgente e concernente il genere umano.

Purtroppo il nostro disquisire ci coinvolge solo dopo, quando il problema di essere nati esiste. Qui si sta pensando e quindi ragionando di persone inconsciamente nate, ma coscientemente esistenti. I quesiti non si pongono non si possono porre a chi non c’è, meglio,

a chi ancora non c’è.

Questa però non è una buona ragione per non tentare risposte, per rifiutare un dialogo al nostro desiderio, alla nostra necessità di conoscere e di sapere. Dobbiamo sentirci debitori verso il nostro spirito!

Cosa vuol dire nascere.

Ho scorso un libro “Cosa vuol dire morire” ove la brava giornalista Daniela Monti pone questa domanda a Remo Bodei, Emanuele Severino, Roberta De Monticelli, Aldo Schiavone, Vito Mancuso, Giovanni Reale. Anzi le domande, per ognuno, sono state tante e non sempre le stesse. Tante le risposte per tanti punti di vista per tanti modi di pensare. Condivisibili? Non condivisibili? Non è questo, il punto è un altro è un altro perchè la domanda è “Cosa vuol dire morire” quando, per rimanere in questo nostro argomento, a questi filosofi si potevano porre altrettante domande su “Cosa vuol dire nascere”. Certamente Daniela Monti potrebbe scrivere un altro interessantissimo libro. Si può costatare che il punto è sempre un altro. Parlare e disquisire, esprimersi e pontificare sul “vivere” e sul “morire” è difficile ma è anche argomento banale, banale perchè fa parte della vita che viviamo. Le risposte ci saranno e semplici nella loro ingegnosità ed intelligenza.

La seconda o forse la terza inevitabile domanda da porre a quei filosofi – meglio sarebbe dire la prima tra le domande, è:

“Cosa vuol dire nascere”.

Vogliamo porre a quegli eminenti cervelli domande su questo argomento? Perché siamo nati? Chi ci ha imposto di nascere? Tutti gli animali nascono, è legge di natura. Non tutti gli animali sono umani, il problema quindi riguarda gli umani, perché

il nascere dell’umano va oltre le leggi di natura,

(non è un semplice fattore fisico)

questo non è banale perché il nascere implica anche il non essere ancora nati (la non esistenza). Parafrasando un certo Nerone e per rallegrare gli amici, mi sono fatto e posto in bella evidenza una targa in ceramica con su scritto “qualis artiphex in me vivi”. Del mio vivere è solo l’intelletto che mi interessa.

Quando nacqui fui una bestiola che divenne un umano, in me c’era il germe dell’umano. Intelligenza, spirito, anima, coscienza, divinità che è solo dell’umano. Le dotazioni non sono una costante per tutti e per fortuna, ma non sono assenti in alcun essere.

Quante volte mi sono chiesto se tali dotazioni erano prima di essere introdotte nell’umano all’atto materiale della nascita.

Fin tanto che qualcuno vorrà porre a quei filosofi, meglio se anche a molti altri, le domande sul “nascere”, mi inoltrerò da solo per la via delle domande e delle risposte. Non so dove finirò, e se mai finirò, ma la mia volontà, la mia curiosità spinge. Andrò di là, prendendo la direzione di una rosa dei venti, che indica tutto e nulla allo stesso tempo. Infatti mi inoltrerò per la strada dell’assurdo, quel famoso assurdo che pur non dicendo tutto, anzi che dicendo poco, è di più di niente.

Parte seconda (anche una specie di sunto)

L’assurdo è sempre con noi.

L’assurdo è presente.

Viviamo nell’assurdo senza riconoscerlo, senza riconoscere che ciò che definiamo realtà è spesso l’assurdo, è quasi sempre l’assurdo.

L’assurdo è nascere quando unica certezza è il morire” (Albert Camus).

Questa frase è emblematica e risponde a tutte e contemporaneamente a nessuna domanda.

Spesso, stupidamente, mi immedesimo in ciò che altri pensano, che è il modo di pensare di altri. Ne derivano critiche positive e critiche negative. Nel pensiero come in qualsiasi umana espressione, sia arte, sia gestione delle cose necessarie, c’è un fattore insostituibile ed altrettanto importante “l’estetica”. Questa potrebbe sembrare un’eresia, e forse lo è, non però nella mia presunzione. Baumgarten nella sua “Estetica” focalizzava due punti. L’estetica istintiva (la traduzione, se vogliamo della aisthetikè) ovvero ciò che ci viene fornito dai sensi, e l’estetica razionale somma di ciò che il nostro pensiero e ragionamento ricava da quanto fornito dai sensi. Così ciò che è bello per l’istinto non potrebbe esserlo più per la razionalità e viceversa il pensiero che attribuisce valori a ciò che era negato dall’istinto. Ho voluto lasciare all’espressione baumgartiana ciò che viene suggerito dall’istinto e chiamare critica quanto proviene dal raziocinio. Un’altra distinzione. L’estetica si soffermava all’arte sia quella figurativa che letteraria che musicale che architettonica. Per me l’estetica, che, ripeto, è quanto ci proviene dai sensi quindi dettata dall’istinto e così anche per la critica, riguarda ogni passo del nostro esistere sia materiale sia metamateriale od all’immateriale, per tutto ciò che è logico od il-logico. L’immedesimarmi nei pensieri e nelle altrui scelte è dare spazio all’estetica ed alla critica, meglio alla sola critica intesa così come tale l’ho definita.

Nel momento in cui riconosceremo ai sensi una prerogativa nella nostra situazione di viventi, ossia dell’esistere, daremo a questo esistere una etichetta, ovvero delle etichette a seconda un nostro pensare.

Allora ci sarà chi vorrà credere nella creazione lasciando spazio solo al creativismo ed al credo. Ci sarà chi in una serie di sequenze opinerà che, nulla si crea e nulla si distrugge, l’esserci è sempre lo stesso solo sotto diverse spoglie. Ci sarà chi non sa a cosa rifarsi e rimane immobile accettando l’imponderabile.

L’imponderabile secondo cui va tutto bene. Quelli, magari proprio quelli, potrebbero avere ragione ché in simil modo sgombriamo da pensieri difficili e complicati la nostra mente, riservandoci per cose diverse possibilmente evanescentemente allegre.

La natura m’ha creato complicato e da complicato mi pongo domande, tante domande e tra queste “Cosa vuol dire nascere”. Ho posto, mi sono posto un mio credo (non è proprio un credo, ma va bene lo stesso) partendo dalla constatazione che

Esisto, sono a questo mondo e di ciò devo prendere atto.

Allora quel “cosa vuol dire nascere” potrebbe diventare “perché sono nato”. “Perché sono nato” è la partenza di una interminabile serie di quesiti. Il principe dei quesiti, diciamo, il principale è

“se mai ebbi a chiedere di esistere, perché esisto?”.

Nascere è una semplice spiacevole casualità o per qualcuno, che non sono io, ha senso vedere e considerare la nascita come dono.

Nascere è un disegno, meglio un progetto al quale non ho partecipato, un progetto che ha provocato risultati di cui sono conseguenza e, se vogliamo, vittima. Consideriamo l’atto della riproduzione da cui la nascita. Una coppia produce, mette al mondo un certo numero di individui. Maschi femmine, brutte e belle, grandi e piccoli, intelligenti e stupidi, buoni e cattivi, eroi e pavidi ecc.. ecc.. gli ormoni erano quelli, di quel tipo, i risultati non sempre gli stessi e raramente confacenti (Tommaso Campanella nella “Città del Sole” vede la selezione ormonica dettata da una apposita commissione). Si procrea, si genera persone di cui niente si sa, persone che si conosceranno quando dallo stato di insensibile felicità queste persone rendendosi conto di esistere si esprimeranno ed esprimeranno la loro indole e la loro forma definitiva. La procreazione è un salto nel buio e per i procreanti e per i procreati, con una somma differenza; i procreanti sapevano quello che facevano e le conseguenze di ciò che facevano (compresi certi sbagli), i procreati sono solo risultati impropri, non sempre volontarie conseguenze.

Si presenterà una nuova domanda “Questo è giusto?”.

Quei signori che credono avendo nella fede un riferimento e tante risposte, diranno di si. Qualche dubbio potranno avere se le difficoltà di vita saranno tali da crearsi dubbi. La inesorabilità verrà accettata con rassegnazione in un misto di piccole gioie e tante avversità, una crociata “Dio lo vuole” contro un nemico che non c’è anche se potrebbe sembrare il contrario.

Francesco di Sales fondatore dell’ordine dei salesiani, che fu fatto santo, recita “bisogna amare il dolore perché solo attraverso il dolore si arriva alla redenzione”.

La passiva accettazione dell’imponderabile. Dovrei allora chiedermi se ho voluto nascere solo in visione di sofferenze atte a riscattarmi da peccati di cui, almeno in quel momento, non conoscevo neppure l’esistenza. E poi redenzione,redenzione da che?

Io non accetto !!!

Per cui la mia spasmodica domanda: è giusto che io esista?

Quante volte mi sono chiesto: è giusto che sia nato?

Solitamente, tra gli umani, questa domanda è legata a fatti negativi, a cattivi passaggi della vita, a dolori sia materiali che morali, a quelle avversità che fanno odiare la vita. Non è così, almeno per me non è così.

L’essere nato è un assurdo che non mi compete. Come tutti vedo la vita ed i risultati della vita e tramite la mia vita quella di chi è nato. Vorrei, si vorrebbe la dissociazione dal vivere.

A che pro dissociarsi, Il volersi dissociare dalla esistenza è, alla fine, un arzigogolo, un improprio esperimento mentale. Ci si potrebbe pensare, figurare, ancora di là, di là dal venire, tentativo vuoto che si rifà, e non vedo come potrebbe essere diversamente, dai pensieri generati dalla mente di chi è nato e vive della sua nascita. Il cervello, con tutto ciò che contiene, è unico strumento per un esperimento mentale, un esperimento che crolla al momento stesso in cui è stato ipotizzato. La stessa domanda, quand’è una domanda, la stessa affermazione, quand’è affermazione, “cosa vuol dire nascere”, è strumento dell’essere, dell’esistere. Certo gli strumenti usabili, sono di questo mondo, mentre il voler sapere il voler conoscere, no! l’accettabile, l’inaccettabile, il giusto, l’ingiusto, il volere e il non volere, sono estremi entro i quali viviamo e sopravviviamo anche se vorremo diversamente.

Vorrei non essere nato, l’esistere fa parte di quell’inaccettabile che un essere vivente, suo malgrado, deve affrontare.

Se fosse dipeso da me, non sarei nato!

Anche se questa affermazione quasi sempre è di chi è prossimo alla morte.

Ecco l’assurdo.

Possiamo non accettare solo quello che è stato accettato anche se involontariamente, è accettare il non accettato. È un paradosso? Anche. È un insieme di elementi non omogenei che si presentano come sequenze omogenee, simmetricamente incomplete (sto rincorrendo il paradosso di Russell). È perdersi in un labirinto di domande dall’aspetto inutile che attendono risposte che non avranno e mai potranno avere, ma che non sono così inutili. È il continuo ripetersi che è assurdo che abbia a vivere quando mai ho chiesto di nascere, è assurdo che muoia quando mai ho chiesto di vivere.

È la libertà di sentirsi schiavi.

È sentirsi schiavi della libertà.

È l’essere schiavi della vita, vivere di schiavitù, essere liberi di poter vivere nella schiavitù.

Per quanto si rimestino queste parole per creare concetti nuovi, la realtà non cambia.

La verità non è giustizia, la giustizia non è realtà.

Cosa serve lagnarsi quando niente cambierà, quando si può solo prendere atto di uno stato d’essere inalterabile. Ricordate dei marinai genovesi all’imbarco? si diceva, che accettassero un salario inferiore purché fosse loro concesso il diritto al “mugugno”. Sentiamoci marinai genovesi e del mugugno accontentiamoci.

Sforziamo di reincarnarci diversamente. Direi sotto forma di un rosaio con enormi spine, di una pianta carnivora, od anche di un alloro ove, come dice il buon Giosuè “la splendida bacca invan matura”.

Vogliamo fare i dispettosi e stare lontani da pensieri, da ogni tipo di pensiero?

Sì?

Possiamo allora, solo allora potremmo fingere di mai essere nati.