La libertà del maiale

di Umberto Riva

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Tra decine, centinaia di maiali che guazzavano in quell’ambiente a loro congeniale e piacevole, c’era un suino arroccato nell’angolo più alto della staccionata che guardava schifato quella poltiglia maleodorante di terra ed escrementi ed ancor più disgustato dagli altri della sua razza.

Quella giornata era meravigliosa, gli alberi esibivano la veste primaverile fatta di fronde e da molti fiori, le tortore entravano ed uscivano da sotto il tetto della casa colonica intente in quel rito primaverile che si chiama amore. C’erano poi mucche capre galline oche ed anche bambini che giocavano tra donne intente a stendere panni. Tutto bello e tutto pulito ed anche profumato. Anche l’erba di primo taglio, profumava. Poi al forno c’era il pane e dell’arrosto in qualche stufa, e profumavano. Anche i rumori profumavano di musica, fosse il canto del gallo, il belare delle pecore, l’abbaiare d’un cane, il battere del fabbro, od il motore del vecchio trattore. Anche i suoni profumavano.

Il suino, rannicchiato in quell’angolo della staccionata, estasiato guardava là fuori, e disgustato guardava lì dentro.

Bello sarebbe poter uscire, ma la staccionata non lo consentiva, non c’erano aperture, nessuno poteva entrare e nessuno poteva uscire. Per il mangiare c’erano i trogoli lungo il recinto dove buttavano gli alimenti. Quei pasti, quel mangiare sempre lo stesso sempre in quei trogoli, versavano dai secchi, sempre gli stessi secchi, sempre quell’inqualificabile brodaglia. Roba da maiali.

Tanti erano i perché, che quel suino là in quell’angolo della staccionata si poneva: perché ai maiali era riservato un trattamento diverso dalle mucche, dalle galline, dalle pecore, dai cavalli, dai cani, da tutti gli altri animali? Tutti, tutti gli altri animali aveva la propria razione nel loro posto senza ammucchiate, e dopo erano liberi, potevano cercarsi in giro per i campi ed i prati un verme, un chicco di mais, un cespo d’erba, un osso da rosicchiare, un po’ di trifoglio, potevano beccare, brucare a piacimento qua e là. Perché solo i maiali dovevano accontentarsi di ciò che veniva loro dato, mangiando tutti insieme dagli stessi recipienti e dover fare a spinte e testate per mangiare di più, perchè non potevano andare per i campi restando rinchiusi in quel recinto immersi in quel loro sporco?

Ed un altro perché. Perché solo il nostro futuro, il futuro di noi maiali, è scritto? La vita potrebbe essere più corta o più lunga come per tutti gli animali. No! per noi no! a settembre, tutti gli anni a settembre, noi saremo salami.

Nel suo angolo rannicchiato pensava a come dar risposta alle sue domande. Non avrebbe voluto muoversi di lì, come per sparire o passare inosservato, ma la fame suggeriva qualche incursione verso quella brodaglia. Non faceva lotte per mangiare, si accontentava, non infilava poi il grugno nella melma fingendo di divertirsi, tornava lemme al suo angolino. Lì se ne stava appartato e nessuno dei suoi simili sembrava accorgersi di lui e tanto meno del suo stato d’animo, i pensieri quei pensieri dettati dai perché, rimanevano solo suoi.

Ed un terzo perché. Chi erano gli altri? Non sapeva. Una cosa sapeva: porsi problemi, porsi domande chiedere perché, non risolveva ma aggravava le problematiche senza creare soluzioni.

Fu così che tanto per deviare, si concentrò sul suo stato igienico. Sporco di quella schifosa melma, incerto del suo naturale colore, aveva una aspirazione. Potersi infilare sotto quella cascata che sentiva scrosciare e che ben sapeva faceva girare il mulino. Questo per lui fu il via ad una considerazione, ad una ragione di evasione. A quell’acqua doveva arrivare. Per prima cosa doveva pensare. Pensare è bello, e questa già era positività, pensare ad una strategia, era il massimo. Si entusiasmava talmente nello sviluppare questo pensiero che gli venne anche fame, tant’è che alla prima portata si precipito al trogolo e fece a spintoni e concluse che quella brodaglia non era poi male, anzi, era buona. Apprezzò in quel momento i suoi simili che tanto facevano per accaparrarsi cibo il più possibile, considerò che, se anche quelli non pensavano, alla fine erano della sua stessa razza.

Aveva la sensazione che puzzassero meno.

Riandò ai suoi progetti. Voleva, doveva tentare, necessitava un progetto.

Fu così, considerando che unico strumento disponibile era il suo corpo, lo usò come ariete in quel punto, verso la campagna, che sembrava più fragile. La cotenna, e non solo, ne ebbe danni mentre lo steccato sembrava stregato. Cercò allora di passarci sotto scavando un avvallamento. A subire danni furono le unghie che dolevano senza ottenere alcunché di positivo. Alla fine ricorse alla dentatura. Rosicchiando, come se volesse arrotare i denti, tanto per chi vedeva, con pazienza, senza fretta, senza orgasmo, patento dolori non indifferenti particolarmente per le schegge di legno che si piantavano nel muso, riuscì. Sentì ad un certo momento un crac. Immobile per paura che il palo interessato cadesse attirando l’attenzione dei guardiani, si ritirò. L’opera era giunta al termine, la gioia per quanto aveva fatto fu un incredibile appagamento. Piano, come se temesse di farsi notare si ritirò nel famoso angolo attendendo il giusto momento. Niente precipitazione si andava dicendo reso saggio da quel lavoro per lui immane. Era stanco si sentiva sfinito, ma in quel momento amava il mondo.

Domani, si disse, domani sera col buio. Fece l’ultimo pasto da recluso, mangiò quanto potè un pasto che gli sembrava d’alta cucina. Tutto intorno a lui profumava, anche i compagni profumavano, durante quel pasto li aveva trovati anche educati, gentili, erano meravigliosi.

Quella sera si sdraiò vicino alla sua opera, come per proteggerla. Fece un piccolo sonno, non sentiva le punture di quegli infernali insetti che da sempre odiava, anzi li lasciò fare, la gioia, si diceva, doveva essere di tutti.

Era buio, quando aperse gli occhi. Uomini e bestie già occupavano i loro spazi per la notte. Piano spinse il troncone di staccionata, uscì e rimise tutto a posto.

Alzò gli occhi al cielo e vide allora per la prima volta, le stelli.

Era fuori. Aspirò profondamente finchè i polmoni non dettero segno di dolore.

Era commosso.

Era il primo giorno di libertà.

Che rumoroso quel silenzio! Un silenzio fatto di mille piccoli suoni, suoni che mai aveva sentito da dentro il recinto. Erano grilli, civette, tanti insetti, tanti animali, ed il fruscio delle fronde.

Era un concerto dal titolo “Libertà”.

Mosse i primi passi su qualcosa di soffice, un tappeto erboso, ed anche questa era una nuova sensazione. Più in là le chiome degli alberi erano macchie nere su uno sfondo di stelle. Poi quel rumore che ben conosceva e che tanto aveva sollecitato la fantasia. L’acqua, la cascata che faceva girare la ruota del mulino. Prese la via di quel suono e là, era proprio là bianca nel buio della notte, meravigliosa. La cascata finiva in un piccolo specchio d’acqua dove ci si poteva immergere. Era fredda, stupendamente fredda. Poi andò sotto alla cascata e quelle croste ormai storiche cominciarono ad abbandonare la cotenna. Ristette a lungo. L’acqua è una cosa diversa, comica! Prudente! Guduriosa! Appagante! Fantastica! Alzò gli occhi al cielo a ringraziare Dio che quando creò l’acqua aveva pensato anche ai maiali.

Infreddolito si sdraiò sul trifoglio e si immerse nell’immensità della volta celeste. L’infinito era lì, solo per lui.

Passò il tempo.

Ricominciò a pensare.

Oggi è domani.

Cos’è domani.

Domani è per tutti.

Cos’è per me domani?

Sono un maiale, cosa potrà fare domani un maiale? Cosa potrà fare domani un maiale evaso?

Quello che qualsiasi evaso dovrebbe fare. Darsi alla macchia.

Lui, però, non era un evaso qualsiasi, era un maiale evaso e un maiale che niente sapeva del mondo al di fuori di uno steccato. Quali e quanti problemi. La sopravvivenza fisica, ovvero il mangiare. Sapeva dei tuberi, sapeva delle radici, sapeva del granoturco, delle zucche di tante cose, sapeva perché se ne parlava. Ma lui, un maiale nato e vissuto in un recinto come poteva trovare e riconoscere queste cose. Lui era abituato a due pasti al giorno di cui non conosceva la provenienza né la composizione. Lui assaporava la libertà, ma, si chiedeva, come si poteva mantenere la libertà, non certamente con la pancia vuota. La libertà è autonomia, lui non poteva essere autonomo, lui aveva bisogno di chi comandava, lui aveva bisogno del sistema.

Steso sul trifoglio si sentiva bene. Bene con se stesso. Il resto era importante, ma non più di tanto. Avrebbe voluto restare lì, senza pensare. In mezzo al bello e lasciare che il bello gli massaggiasse le tempie.

La libertà stava diventando quello che è sempre stata, un’utopia.

Il primo cantare di un gallo. Una linea di luce sottile, lontana. Era il giorno a parlare.

I ragionamenti non servivano, più.

Piano, calmo, non c’era fretta, mettendo le zampe su tutto ciò che poteva divenire ricordo, guardando tutto ciò che poteva divenire ricordo, annusando tutto ciò che poteva divenire ricordo; si avviò.

Giunse al recinto. Si girò.

Aveva intinto un dito nella libertà.

Entrato rimise a posto lo steccato. Nessuno s’era accorto di alcunché, neppure che fosse pulito.

Mangiò come gli altri.

Si rifugiò nell’angolo in alto e cominciò l’attesa della sua sorte, come tutti gli altri.